martedì 30 dicembre 2014

L'anno della disillusione

Nel mio personale riepilogo dell'anno che stasera va a concludersi, la parola che meglio lo descrive deriva da un commento ricevuto dal mio amico Massimiliano a margine della prima (e al momento unica) presentazione de "Il Segreto di Malun". «Mi sei piaciuto», mi ha detto Max. «Mi sei sembrato più sicuro di te rispetto agli altri anni e anche un po'... come dire... disilluso.»

Disillusione. Questo termine riassume quanto ho sperimentato, o almeno quanto ha sperimentato lo scrittore sommerso che è mio alter ego, nel 2014. L'anno era partito con le migliori prospettive, forte delle recensioni più che positive ricevute da "Il Ritorno di Beynul" e nella convinzione che le vendite limitate ne avrebbero tratto un'accelerazione. Rileggevo proprio le bozze de "Il Segreto di Malun", in quel periodo, ed ero certo che l'attesa per il secondo romanzo, unita all'ulteriore salto di qualità che in esso mi sembrava riscontrare, avrebbero determinato un successo della trilogia. A tutto ciò si unisca il fatto che avevo da poco finito la scrittura del terzo volume, che avevo praticamente concluso il racconto lungo "Peterson Amusement Park" e che le idee per il nuovo romanzo spingevano per essere messe su carta quanto prima.

Ebbene, poi è successo quel che in parte sapete. Da una parte le vendite de "Il Ritorno di Beynul" ristagnavano: nemmeno la possibilità di scaricare gratuitamente l'invito alla lettura di 100 pagine sembrava dare una spinta. Nuove recensioni non se ne vedevano, nemmeno da due o tre blog che avevano dichiarato di aver letto il libro e di averlo gradito. I dati di vendita e di download ufficiali rilasciati dalla casa editrice non hanno fatto che confermare come il primo volume della saga di Alethya, sebbene oggettivamente migliore sotto tutti gli aspetti rispetto a "L'eredità", non arrivasse neanche alla metà dei livelli raggiunti da "L'eredità".

In questo contesto si è inserito quel particolare momento, di cui ho già parlato altrove, che mi ha tenuto lontano dalla scrittura per diverse settimane, per non dire mesi, e che ha trovato una modesta ripresa solo da ottobre in avanti. Peccato che, sempre in ottobre, sia finalmente uscito "Il Segreto di Malun", le cui vendite sono partite col piede sbagliato sin dalla presentazione ufficiale a Viadana e dal consueto e fidato bacino di utenza rappresentato da amici e conoscenti. Premesse che, unite al fatto che i blog a cui mi affidavo di solito sembrano non avere spazio, o tempo, o voglia per leggere e recensire questo secondo volume, sembra condurlo verso una sorte ancor più triste del suo predecessore. 

Disillusione, dunque, su più livelli. Prima di tutto per una definitiva presa di coscienza non tanto del valore che la mia scrittura possa avere oggi o in futuro, ma della percezione che di essa hanno le persone che mi stanno intorno e con le quali, volente o nolente, devo fare i conti (ho sempre detto che avrei scritto sempre e comunque, indipendentemente dalla pubblicazione, dalle vendite, dai guadagni, e così sarà... ma è la frequenza con cui mi metterò al computer che verrà regolata dalla risposta di un eventuale pubblico e, al momento, non vedo alcuna fretta). 

In secondo luogo per una rivalutazione del valore che davo al fatto di aver pubblicato con un editore vero e proprio: al di là dell'orgoglio personale e della certezza di essere stato valutato e scelto, mi accorgo di come diversi autori self-published riscuotano maggior successo pur avendo, senza dubbio, minori perdite in termini economici. Ne ho avuto una riprova io stesso con l'autopubblicazione, poche settimane fa, di "Tra Palco e Realtà", il quale, sebbene siano da considerare altre variabili in gioco, ha già venduto più de "Il Segreto di Malun", forte di un prezzo di copertina accattivante e senza gravare troppo sulle mie perdite.

E terzo, per l'appunto, per la odiata ma inevitabile considerazione che devo fare a livello economico, con un investimento, definiamolo così, che di anno in anno aumenta di valore ma che porta sempre meno frutti. Non sono un AAP, come sapete, ma con una famiglia da mantenere non posso lasciare che la mia passione mi sottragga troppe risorse. Mi chiedo dunque se non valga la pena fermarsi qualche anno, risparmiare il costo derivante dall'acquisto di copie personali per la rivendita e dall'organizzazione di presentazioni e utilizzare quel denaro per cercarmi un agente e provare a fare il vero salto.

Riflessioni e valutazioni che accompagneranno il mio 2015, per il quale auguro a tutti i migliori risultati. Me compreso, se non vi dispiace!

lunedì 22 dicembre 2014

Sul sonno e su una vita più felice

Lo scorso sabato mattina mi è suonata la sveglia alle sette, come quando vado al lavoro, per portare mio figlio a scuola. Quel giorno toccava a mia moglie accompagnarlo, quindi, dopo averlo salutato, ho ripreso a dormire fino alle nove. Il giorno dopo eravamo tutti a casa, nessuna sveglia ci ha disturbato e mi sono svegliato sempre intorno alle nove. A parità di orario di risveglio, però, domenica mi sentivo meno riposato e, in generale, meno soddisfatto. Perché?

L’unica differenza tra le due mattine era, ovviamente, la breve interruzione della sveglia. Che cosa, dunque, poteva aver agito sul mio umore e sul mio fisico nei pochi minuti in cui mio figlio e mia moglie si alzavano per andare a scuola? L’episodio era analogo a quelle occasioni in cui ci si sveglia per caso nel cuore della notte e, consultato l’orario, si scopre di avere ancora a disposizione qualche ora di sonno. In effetti, la sensazione che si prova nell’istante in cui questa consapevolezza si palesa è rinvigorente, appagante, corroborante, quasi più del sonno in sé.

Non c’è alcun dubbio, dunque, che riposare a lungo dia meno soddisfazione del riposare rendendosi conto di farlo. E solo la paura di doversi alzare, seguita dalla scoperta di poter rimandare, porta a questa presa di coscienza. In altre parole, il raggiungimento di uno stato gioioso comporta il passaggio per il malessere, il disappunto, che sono il suo esatto opposto. In tutto questo io vedo la metafora e la sintesi di una vita davvero piena e felice.

Troppo spesso ci lamentiamo di ciò che di brutto ci accade. Abbiamo da ridire sulle disavventure, sulle tragedie, sulle prove che la vita ci sottopone, sulla monotonia e sulla noia di certi periodi, sulla mancata realizzazione dei nostri progetti, sulle persone che la pensano diversamente da noi. Ma come sarebbe la nostra vita senza questi termini di confronto negativi, senza queste “sveglie” che interrompono momentaneamente il nostro sonno?

Ipotizziamo di vivere un’esistenza senza alti e bassi, sempre al top, circondati da persone che la pensano come noi e contribuiscono solo al nostro benessere. Ci verrebbe da pensare che saremmo sempre perfettamente felici, ma ciò non equivale a dire che non lo saremmo mai? Che cosa ci darebbe il punto di riferimento, il livello zero per impostare il metro di giudizio? Seguendo la metafora iniziale, che cosa ci informerebbe, se mancasse la fastidiosa sveglia, che stiamo dormendo beatamente?

Per quanto mi riguarda, ho imparato anni fa, quando in qualche modo ho voluto voltare pagina rispetto al pessimismo che ha caratterizzato la mia adolescenza, a prendere i problemi e gli episodi negativi come opportunità. Ne ho tratto sicurezza e gioia di vivere e queste mi hanno portato profonde soddisfazioni. Ma la strada è sempre lunga e costellata di ostacoli e le esperienze ci arricchiscono e plasmano di continuo, perciò ben vengano riconferme come quella che, dal nulla, è emersa grazie al semplice suono di una sveglia!

mercoledì 17 dicembre 2014

Nemo Scriptor in Patria

Se mi concedete il paragone poco culturale (d’altronde, dovreste conoscermi), nell’ultimo film di Checco Zalone, “Sole a catinelle”, il protagonista viene assunto come venditore porta a porta di aspirapolvere e, nel giro di poco tempo, riesce a diventare venditore dell’anno. Il tutto grazie alle vendite concluse con i suoi parenti (al punto che, saturato quel mercato, il suo rendimento cala fino a farlo licenziare, ma questo è superfluo per il post attuale).

Il concetto può essere trasferito nella mia esperienza, e più in generale in quella degli scrittori emergenti (sommersi) e di tutti gli aspiranti artisti. Perché, quando produci qualcosa (un libro, un CD, un quadro, una serie di fotografie) e non sei nessuno, la prima cosa che ti viene in mente è che la tua nutrita schiera di amici, conoscenti, parenti di vario grado sarà il pubblico certo di cui hai bisogno per il lancio iniziale. Da loro partirà poi un passaparola dal devastante effetto cascata, perché se ogni persona a te vicina parlerà di te e della tua creazione anche a un solo conoscente tu raddoppierai il tuo pubblico. Senza contare che, soprattutto nei piccoli paesi, la voce della nascita di una nuova, potenziale stella si spargerà rapidamente e attrarrà decine di curiosi...

Beh, sapete?, in questa onirica prospettiva io mi sono fermato, sin dal primo libro (che è stato quello di maggior successo, pur con tutti i suoi difetti), al primo passaggio: amici e parenti. Il passaparola non è esistito e quel poco che c’è stato l’ho favorito io stesso con post su Facebook al limite dello spam. L’effetto sorpresa-nel-piccolo-paese non l’ho percepito nemmeno per un secondo, se non per un trafiletto sul giornale locale. Non solo, ma con la pubblicazione del secondo e terzo romanzo ho assistito a un calo assoluto dell’interesse (non parlo solo di vendite, ovviamente, ma di partecipazione), per cui sembra che io abbia molti meno amici e molti meno parenti...

Qual è la causa di questo? Non posso esimermi dal pormi questa domanda: la risposta ad essa, infatti, è legata a doppio filo alla continuazione del mio impegno letterario. A che pro sacrificare tempo, denaro, aspettative, se il riscontro tende inevitabilmente a zero? Forse dovrei modificare la rotta e, pur non abbandonando la mia passione ed il mio sogno, per motivi che ho già elencato più e più volte, dovrei limitarmi a tenerla per me stesso, o a non divulgarla fino al giorno, se mai esisterà, in cui troverò un editore capace di darmi maggiore visibilità.

Qual è la causa?, dicevo. A volte ho pensato che si trattasse di me, ma in tutti gli altri ambiti della mia vita godo di ottime relazioni e di una buona reputazione tra la gente, quindi lo escluderei. Potrebbe trattarsi della mia scrittura, e ci sta. Potrebbe trattarsi della assuefazione: il primo romanzo rappresentava la novità, ma ora uno all’anno diventa routinario e poco attraente.

Oppure, ed è quello che reputo più probabile e che in parte riassume le tre precedenti possibilità, si tratta dell’idea per cui, parafrasando un noto detto, Nemo Scriptor in Patria. La frase è nata una sera in cui assistevo, a Viadana, alla presentazione del libro di una ragazza di Mantova, scrittrice emergente anche lei, che parlava davanti a quasi cento persone. La settimana prima, in quella stessa sala, io avevo parlato a forse una ventina e la settimana prima ancora un’altra collega viadanese aveva avuto la mia stessa sorte.

In breve, penso che sia difficile, per chi ti conosce, credere che tu possa avere un valore artistico, a meno che questo non sia suggellato da un riconoscimento, una menzione, una citazione a livello superiore (stampa, pubblicità, televisione). Tanto più se la tua arte è di difficile e lenta fruizione, come nel caso della scrittura. Non si tratta di un giudizio sulla persona, ma sul suo lato artistico: non temo che la gente a me vicina mi trovi poco interessante, ma che non ritenga di dover impegnare un paio d’ore ed eventualmente dieci euro per qualcosa che ho scritto. Magari in quelle due ore sfoglia altri libri in libreria e compra quello di uno sconosciuto, ma pubblicato da Mondadori e ben impilato vicino alla cassa.

Io sono diverso dalle persone di cui sto parlando? Probabilmente, anzi sicuramente no. Siamo tutti uguali. Tant’è che non sto esprimendo critiche, ma riportando valutazioni e riflessioni che spero possano migliorare il mio modo di pormi, in primis, e delineare il percorso che dovrò seguire nei prossimi anni.

lunedì 8 dicembre 2014

RECENSIONE: "Oltre i confini del mondo", di Ornella Nalon


TITOLO: Oltre i confini del mondo
AUTORE: Ornella Nalon
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: Amazon

LA MIA RECENSIONE


In un tempo relativamente breve, è la terza volta che mi imbatto in un romanzo incentrato sul mondo africano. Fortunatamente, le interpretazioni che di questo tema vengono offerte sono diverse, e parlando di Oltre i confini del mondo direi che in realtà l'Africa non fa che da sfondo a una storia che vuole trasmettere un chiaro messaggio, suscitare una precisa serie di riflessioni.

Parliamo di un breve romanzo che racconta le storie di due donne, legate tra loro nonostante le distanze geografiche e culturali. Da una parte una donna africana, che conosciamo attraverso il racconto che lei stessa fa della propria vita, per permetterne la trascrizione ad opera dell'altra protagonista, Eleonora. Questa, una signora sulla sessantina, ci viene a sua volta presentata attraverso la narrazione dell'autrice, che ne dipinge la storia ricorrendo al flashback. Due biografie, dunque, l'una sotto forma di discorso diretto, l'altra raccontata.

Anche la mia valutazione del libro deve seguire questa divisione. Perché da un lato ho trovato alcune novità nelle tematiche che emergono dal racconto della donna africana. Un certo rifiuto dei tratti più anacronistici della cultura indigena africana, il desiderio di emancipazione e di uguaglianza, il sogno di una vita migliore per la figlia fanno di questa protagonista un personaggio non scontato e suscitano riflessioni molto attuali. Dall'altra parte, nella narrazione delle vicende che riguardano Eleonora, ho riscontrato qualche stereotipo, qualche soluzione prevedibile, che nella mia valutazione globale hanno inevitabilmente abbassato il gradimento.

La narrazione procede in modo scorrevole, con un ritmo abbastanza sostenuto favorito dall'abbondanza di discorso diretto, dalla mancata suddivisione in capitoli e dall'intreccio tra le due storie. Non ci sono grandi descrizioni, né un forte approfondimento psicologico delle protagoniste, costruite più dal punto di vista di "ciò che è loro successo", rispetto a "ciò che loro sono". Non manca tuttavia la possibilità di dedurre il carattere, i pensieri, le aspettative dell'una e dell'altra dal modo in cui agiscono. 

Un'altra segnalazione riguarda lo stile, omogeneo per tutto il libro. Considerando che quasi metà del romanzo corrisponde a un racconto diretto della protagonista africana, però, mi sarei aspettato una maggiore personalizzazione del testo in queste parti, per differenziare il modo di parlare della donna dal modo di raccontare dell'autrice. Anche questa soluzione avrebbe favorito una caratterizzazione del personaggio e l'avrebbe reso più completo, oltre a separare anche stilisticamente i due livelli presenti nel libro.

martedì 2 dicembre 2014

RECENSIONE: "Biglietto di Terza Classe", di Silvia Pattarini




TITOLO: Biglietto di Terza Classe
AUTORE: Silvia Pattarini
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: IBS

LA MIA RECENSIONE


Biglietto di Terza Classe è un romanzo estremamente pregno di contenuti. Il titolo è abbastanza fuorviante, nel senso che, almeno per quanto mi riguarda, sembra rimandare a una storia incentrata sul racconto di viaggio di emigranti italiani verso gli Stati Uniti. Le prime pagine confermano questa previsione, inquadrando la storia appunto all'inizio del ventesimo secolo, con le protagoniste impegnate nel viaggio della speranza che dalla misera vita di campagna le condurrà alla "Merica", la terra delle opportunità. Ma procedendo con la lettura scopriamo che le vicende vanno ben oltre la semplice traversata dell'oceano e che abbracciano un arco di tempo molto esteso e ricco, come dicevo all'inizio, di sviluppi interessanti.

Lo stile della narrazione è uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente, e in senso positivo. Per tutte le 180 pagine del romanzo l'impressione, se me lo concedete, è quella di trovarsi seduti davanti al caminetto e di ascoltare la storia raccontata dall'autrice, allo stesso modo in cui potrebbe accadere con una bella favola. Il linguaggio è molto informale, colloquiale, quotidiano, il che risponde certamente alla necessità di coerenza rispetto allo status sociale dei protagonisti, ma porta anche il beneficio di cui sopra. Perché questa leggerezza stilistica, questa semplicità sintattica e lessicale, favoriscono l'interesse verso la storia, senza appesantirla, anzi accendendo il desiderio di proseguire per sentire che cosa succede. 

Alla ricchezza di contenuti corrisponde inoltre una ricchezza di tematiche non indifferente. L'autrice ha, tra i suoi obiettivi, il chiaro intento di portare il lettore a riflettere. Passiamo dalla condizione misera dei migranti italiani al "razzismo" che essi devono subire nel Nuovo Mondo, dallo sfruttamento dei lavoratori alla piaga della mafia, allo sfruttamento minorile e femminile. Si possono individuare chiaramente diverse fasi nel romanzo, corrispondenti a momenti della vita della protagonista che si intrecciano con fasi storiche descritte proprio attraverso i suoi occhi.

Appare evidente anche il ricco e accurato lavoro di documentazione che l'autrice deve aver sostenuto. Senza offesa per la stessa, la cui età anagrafica ovviamente non è compatibile con quanto sto per affermare, si ha quasi l'impressione che descriva luoghi ed episodi come se li avesse vissuti di persona. In alcuni momenti sono arrivato ad immedesimarmi con i protagonisti a tal punto da provare angoscia, la stessa che deve colpire un qualunque migrante nel momento in cui raggiunge una nuova terra nella quale non conosce nessuno, e senza capire una parola della lingua, per di più.

Concludo con tre piccole osservazioni critiche. La prima riguarda l'introduzione di riferimenti storici: in alcuni casi l'autrice non ha saputo amalgamarli bene con la storia e si è lasciata trascinare nel tunnel della semplice esposizione di fatti alla "libro-di-storia", con uno stile che si staccava dal resto della narrazione e che risultava molto più freddo e asettico. Altra pecca è l'eccessiva facilità con cui si cambia il punto di vista della narrazione: soprattutto verso la fine del romanzo, entriamo da un attimo all'altro nella testa di personaggi diversi dalla protagonista e questo, a mio parere, è un aspetto che disturba e che andrebbe migliorato. Infine, con riferimento al linguaggio colloquiale di cui parlavo all'inizio. capita in due o tre occasioni che questo scivoli in costruzioni grammaticali a dir poco traballanti. Una, in particolare, mi ha fatto storcere il naso, ma sono certo che si sia trattato di una svista in fase di editing e non ho quindi modificato il mio parere positivo sul romanzo nel suo complesso.

In sintesi, Biglietto di Terza Classe è un romanzo che regala molto più di ciò che, dalla copertina e dal titolo, promette. Una lettura che consiglio, anche solo per trasferirsi per qualche ora in un mondo e in vicende del passato recente, ricostruite abilmente dall'autrice.

venerdì 28 novembre 2014

Tra Palco e Realtà

Signore e signori, attendo da un anno e mezzo questo momento. Ma alla fine è arrivata anche l'ora dell'annuncio ufficiale, pertanto (rullo di tamburi):


venerdì 14 novembre 2014

Scrivere è (davvero) un Viaggio

Sono passati più di due anni da quando ho iniziato a gestire questo blog, che, nonostante alcune fasi difficili, sembra resistere. Quando lo aprii, scelsi il titolo di getto, senza riflettere troppo. Avevo abbozzato altri blog in precedenza e tutti vertevano sul percorso che mi vedeva impegnato verso la stesura di un romanzo e la sua eventuale pubblicazione. Forse fu in tal senso che la mente mi suggerì la metafora del viaggio, che poi definisco meglio nel sottotitolo/descrizione del blog. In ogni caso, non vi fu uno studio vero e proprio del titolo e, a dire il vero, “Scrivere è un Viaggio” mi suonava anche come banale e trito.

Pochi giorni prima della presentazione viadanese de “Il Segreto di Malun”, la mia ormai inseparabile relatrice Monica mi ha suggerito che avremmo potuto parlare della mia scrittura intesa come viaggio, legandoci proprio al blog. Alla fine non c’è stato tempo, ma ormai Monica mi aveva messo la pulce nell’orecchio e mi aveva fatto riflettere. Così, a posteriori, posso affermare che il titolo del blog calza a pennello. Scrivere è davvero un viaggio.

Quando partiamo per un viaggio siamo colmi di emozione e aspettative, ed è così che mi sento ogni volta che mi appresto ad iniziare una storia nuova. Allo stesso tempo, soprattutto se il viaggio non è pianificato nei minimi dettagli, sperimentiamo un certo timore per ciò che potrebbe attenderci, per eventuali imprevisti, per le difficoltà che potremmo incontrare e che non possiamo in alcun modo preventivare. Potremmo bucare una ruota o perdere una coincidenza, allo stesso modo in cui io potrei accorgermi dopo centinaia di pagine che una storia non funziona, che una spiegazione non regge.

Viaggiare ci porta a contatto con nuovi luoghi, nuove persone, nuove culture. Ci insegna molto, stimola in noi il desiderio di conoscere, di informarci, di aggiornarci. In un certo senso, ci aiuta anche a conoscere meglio noi stessi, perché è dal confronto con chi è diverso che possiamo comprendere la nostra unicità. E ci spinge anche a donare noi stessi, a mettere in mostra ciò che siamo, a esibire il meglio di noi tutto e subito, perché le relazioni, in viaggio, sono rapide e fugaci.

Viaggiare può anche farci perdere delle persone. Alcune possiamo lasciarle lungo la strada, scegliendo una direzione diversa a un bivio. Altre, forse, rimangono a casa e le nuove esperienze ce le mostrano sotto una luce diversa, il che ci induce, lentamente ma inesorabilmente, a farle scivolare via dalle nostre vite, in quanto incompatibili. Analogamente, lo stesso impianto della nostra esistenza quotidiana, delle nostre aspettative, del nostro modo di pensare possono essere messi in discussione e rivoluzionati in base a quanto viviamo durante un viaggio particolarmente lungo, intenso e formativo.

Io non sono mai stato un grande viaggiatore, ma da tempo ormai viaggio con la scrittura, e posso confermare che queste sensazioni le provo tutte e che sono una delle ragioni principali per cui non smetto. In questi tre anni molto è cambiato: la strada si è fatta sempre più in salita, il denaro è sempre meno e molto spesso mi trovo a viaggiare da solo. Ma l’entusiasmo, la spinta iniziale che mi ha condotto fino a qui, quello non si è mai affievolito. L’unico modo per fare in modo che sia sempre così è convincersi di non essere ancora arrivati. Spesso è quando giungi alla meta che ti adagi e, contemporaneamente, senti che tutte le emozioni si affievoliscono, perché inizi a pensare al ritorno a casa.


Se non arrivi mai, non c’è mai il rischio che tu debba tornare sui tuoi passi. Puoi solo continuare ad andare avanti!

sabato 8 novembre 2014

RECENSIONE: "Fuga dal Destino", di Antonio Traficante


TITOLO: Fuga dal Destino
AUTORE: Antonio Traficante
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: IBS

LA MIA RECENSIONE

Sfido chiunque a non pensare, dopo aver ultimato la lettura di questo romanzo, che a scriverlo non sia stato un autore esperto, non certo un esordiente alla prima esperienza editoriale. Invece dobbiamo ricrederci, io in primis, perché Antonio Traficante, a quanto si legge nella biografia, è al suo primo libro, e questo dettaglio, rapportato alla qualità della storia che andrò ad esporre, gli fa meritare i primi, sinceri complimenti.

Siamo di fronte a un thriller classico, che lì per lì avrei definito "alla Dan Brown", ma che del famoso scrittore in realtà riprende solo il ritmo narrativo. Manca la componente misteriosa, se vogliamo definirla così, per lasciare spazio a una storia comunque intricata, ricchissima di colpi di scena e capace di trascinare il lettore pagina dopo pagina. Come di consueto, non voglio parlare della trama, ma vale la pena buttare lì qualche parola chiave capace di trasmettere il "profumo" della vicenda: CIA, inseguimenti, droni, doppiogiochismo, ostaggi.

Quello che mi ha colpito prima di tutto, come anticipavo, è la capacità dell'autore di dare vita ad una storia assolutamente verosimile, ambientata in luoghi diversi del mondo (da Francoforte ad un barcone di immigrati clandestini, dalla Puglia agli Stati Uniti), senza risultare artificioso. Mi spiego: l'impressione è che Traficante abbia realmente visitato i luoghi di cui parla, perché ne descrive i particolari con assoluta naturalezza. Non so se abbia effettivamente viaggiato e fatto ricerche ad hoc, ma dubito che si sia imbarcato in un viaggio della speranza dall'Iran all'Italia... eppure riesce a descriverne uno senza lasciare spazio a perplessità nel lettore.

Allo stesso modo vengono trattati i protagonisti della storia. Si va dal militare al "terrorista", dall'agente segreto alla moglie adirata col marito troppo preso dal lavoro, ma il modo in cui vengono dipinti è privo di stereotipi. Siamo al cospetto di persone vere, vive, per dirlo in altri termini, tanto dal punto di vista descrittivo, quanto da quello dei dialoghi, estremamente personalizzati. Anche da questo punto di vista, segnalo la presenza di diverse frasi in lingua farsi che testimoniano la cura dei dettagli e l'accurata ricerca a cui l'autore deve essersi dedicato prima di cominciare il romanzo... altra attività da non-esordiente!

Il ritmo, per concludere, rispetta perfettamente le regole imposte dal genere di appartenenza del romanzo. Il tempo per riflettere è davvero poco, le descrizioni e le riflessioni dei personaggi ridotte al minimo. Ci troviamo davanti, pagina dopo pagina, ad azione pura, continui ribaltamenti; quando un problema sembra risolto, scopriamo che in realtà ne è appena iniziato uno nuovo e più grave. Solo le prime cinquanta pagina appaiono come introduttive, ma è l'equivalente della breve salita che precede l'inizio della corsa sulle montagne russe.

L'autore ha sicuramente la fortuna, per così dire, di scrivere uno dei miei generi preferiti, ma ha soprattutto il merito di averlo interpretato alla perfezione. Uno dei tanti casi in cui mi viene da pensare a quanto la differenza tra autori famosi e altri emergenti/sommersi non abbia niente a che vedere col rispettivo talento, ma con una serie di coincidenze e porte-a-cui-si-è-bussato. Ancora complimenti!

domenica 26 ottobre 2014

Riflessioni pre- e post-presentazione de "Il Segreto di Malun"

TUTTO È EVENTO

Quest’anno vorrei cominciare la presentazione in modo anomalo: dai ringraziamenti. Il ringraziamento va a voi, qui presenti, ed è un ringraziamento di cuore e che deriva da una riflessione che ho fatto qualche settimana fa. Perché vedete, tutto, al giorno d’oggi, è spettacolo. Tutto è evento. Tutti abbiamo qualcosa che ci appassiona e che, prima o poi, vogliamo mostrare, esibire, condividere. Vendere, anche.

È questo un fenomeno accentuato dall’avvento di internet e dalla diffusione dei social network, Facebook in particolare, che è il maggiore e quello che non a caso io stesso ho usato per invitarvi (forse con una leggera insistenza negli ultimi giorni, motivo per cui chiedo scusa…) Ecco, io, ad esempio, ho due-trecento amici su Facebook. Conosco gente che ne ha cinquecento, mille, anche di più (io sono socialmente poco “conosciuto”), quindi il discorso che andrò a fare sarà moltiplicato nel loro caso. Ebbene, tra gli amici ho altri scrittori emergenti come me, ma ho anche ballerini, cantanti, musicisti, attori, fotografi, truccatrici, modelle, sportivi, politici. E tutti, prima o poi, arrivano ad avere un evento da condividere e a cui mi invitano. Così, nel mio piccolo, ricevo due, tre, cinque inviti ogni settimana.

Non sto criticando questa pratica, anzi, e più avanti lo spiegherò meglio. Sto semplicemente registrando un dato di fatto. E lo sto usando per porvi i miei ringraziamenti. Perché sono certo che oggi ognuno di voi avrebbe potuto dedicare questa ora o poco più a mille altre attività, avrebbe potuto rispondere all’invito di altri amici. Invece avete scelto di venire da me, di vivere assieme a me l’ennesima piccola grande soddisfazione in questo percorso che, da quattro anni ormai, mi vede giocare a fare lo scrittore. Voi, come dico sempre, siete la vera ricompensa al mio lavoro. E ancora una volta voglio darvene atto, prima di cominciare a parlare di tutto il resto. 

Voi siete l’unica cosa che davvero conta!



UNA CONFESSIONE 

Dal momento che ho iniziato dai ringraziamenti, vorrei concludere con la prefazione. Proprio nella prefazione a “Il segreto di Malun”, infatti, faccio una confessione, sia a chi vorrà leggere il libro che a me stesso. La prefazione è stata scritta circa un mese prima della pubblicazione, prima di mandare la versione definitiva all’editore. E per la prima volta, senza pensarci, scrivendo ho ammesso a me stesso che la mia vena creativa aveva subito un forte rallentamento, diciamo pure uno stop.

A dicembre 2013 ho finito l’esperienza di Alethya, avendo concluso la scrittura del terzo volume. A gennaio mi sono dedicato ad un racconto lungo, che mi ha riportato alle mie origini thriller/horror e che ritengo un buon lavoro da poter pubblicare, un giorno. Poi mi sono buttato a capo chino sul nuovo romanzo, un thriller molto particolare che, all’inizio, mi ha assorbito e del quale ho scritto oltre cento pagine in due mesi. Ma è successo qualcosa. Notavo che la voglia di scrivere era sempre meno e che anche la qualità della scrittura stava calando. Inizialmente davo la colpa al cambio di genere e di stile, poi ho pensato che una certa influenza fosse giocata dal nuovo lavoro e dal conseguente cambio di ritmi e abitudini. Fatto sta che per tutta l’estate non ho praticamente scritto nulla, ma è stato proprio con la prefazione al nuovo libro che ho messo questo problema nero su bianco, anche con me stesso.

Una settimana dopo aver scritto quelle parole mi sono arrivati i volumi stampati del romanzo ed è scattata una molla, una scintilla, la stessa che si accende ogni volta che vedo il frutto del mio lavoro tradotto in un libro vero e proprio. Così mi sono detto che non potevo lasciare che la passione scivolasse via da me… e una sera, anziché stare davanti alla TV, mi sono letteralmente imposto di sedermi davanti al computer e scrivere. Sono rimasto lì un’oretta e ho scritto una sola pagina ed era orribile: ma avevo ricominciato. La sera dopo mi sono obbligato a ripetere l’esperienza e così le sere dopo ancora. Oggi, a due settimane di distanza, posso affermare ufficialmente che ho ripreso a scrivere a pieno regime, che il romanzo nuovo avrà una sua conclusione e che non ho mollato!

E ho fatto una nuova riflessione. Per il 90% del nostro tempo noi ci sacrifichiamo, mettiamo la nostra energia e il nostro impegno per fare qualcosa che siamo costretti a fare: il lavoro. Perché non dovremmo fare gli stessi sacrifici per qualcosa in cui crediamo, che ci appassiona? Allora, ricollegandomi a quanto dicevo all’inizio, ben venga che tutti abbiamo una passione da condividere, perché vuol dire che non lasciamo che il lavoro ci sottragga la voglia di impegnare il tempo libero che ci resta con qualcosa di produttivo! 


Ci lamentiamo spesso della crisi culturale del nostro paese e anche della nostra nazione in generale. È giusto aspettarsi che le istituzioni facciano la loro parte, ma sono anche convinto che se ognuno di noi, nel suo piccolo, continua a coltivare le proprie passioni e a renderle disponibili alla comunità, alla fine il sottobosco culturale continuerà a brulicare e a crescere. Io faccio la mia parte con i miei libri, altri con la musica, la danza, i lavoretti fai da te e quant’altro. Questo è il messaggio che vorrei lasciare oggi: non è importante che io scriva e venda i miei libri; è importante che io, come ognuno di voi, scelga di rendere la mia vita più interessante e aggiunga così valore al mondo in cui viviamo!

sabato 18 ottobre 2014

RECENSIONE: "Eros e Tano", di Mario Magro


TITOLO: Eros e Tano
AUTORE: Mario Magro
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: Amazon

LA MIA RECENSIONE

Eros e Tano è un breve racconto tra l'ironico e il surreale, ma che per certi versi viene descritto meglio dall'aggettivo geniale. Parla, riassumendo, dell'insolita patologia di Tano, il protagonista, il quale soffre di morti apparenti ogniqualvolta si conceda ai piaceri di un rapporto sessuale. Per sua sfortuna è una preda ambita dalle donne, pertanto nel corso del racconto assistiamo frequentemente al manifestarsi del suo problema. C'è dell'altro, che non svelo per non togliere tutto il piacere della lettura, che ha a che fare con ciò che Tano sperimenta nel corso dei suoi momenti di "morte".

Geniale, dicevo, perché dare vita a una storia del genere non è da tutti. Mi piacerebbe poter chiedere all'autore se abbia fatto prima ricerche sull'esistenza di una malattia simile a quella del suo protagonista, anche se non legata al sesso, o se l'abbia inventata di sana pianta. In ogni caso, tanto di cappello: per aver interpretato in chiave romanzesca e appena piccante una reale patologia, o per aver dato credibilità a qualcosa che rischiava di apparire come assurdo e minare le intere basi della storia.

Geniale anche perché si tratta una storia dal taglio fortemente ironico con uno stile attento, grammaticalmente impeccabile, calibrato alla perfezione sotto tutti gli aspetti: ritmo, costruzione del periodo, lunghezza dei capitoli, cinismo narrativo. Ho apprezzato moltissimo anche la capacità dell'autore di attirare l'attenzione del lettore, sin dalla primissima riga del racconto, di soddisfarla presentando un contesto insolito quanto quello che ho esposto sopra e di non lasciare che la ripetitività spegnesse la godibilità della storia. Perché, come dicevo prima, presto scopriamo che il problema di Tano può trasformarsi in un'opportunità, e in questo senso si dirige l'epilogo del racconto.

Unica pecca, se posso definirla tale, è proprio l'eccessiva rapidità con cui si passa dalla scoperta delle potenzialità della malattia di Tano, alla loro applicazione. Penso che l'autore avrebbe saputo deliziarci e divertirci con la narrazione delle sue "gesta" ancora per qualche pagina!

venerdì 10 ottobre 2014

RECENSIONE: "Con la mia valigia gialla", di Stefania Bergo



TITOLO: Con la mia valigia gialla
AUTORE: Stefania Bergo
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: IBS

LA MIA RECENSIONE


Nel mio personale percorso alla scoperta dei colleghi emergenti/sommersi, e in particolare nella deviazione che mi ha condotto verso i fratelli di editore alla 0111 Edizioni, mi sono piacevolmente imbattuto in questo libro. Al solito, non mi piace raccontare troppo della trama: basti sapere, in breve, che si tratta del resoconto di tre settimane che l'autrice/narratrice ha trascorso in Africa, come volontaria in un ospedale di Matiri, in Kenya.

Non si può parlare di romanzo, dunque. Ma non vorrei trarre in inganno gli eventuali lettori di questa recensione, così come è successo a me dopo le prime pagine: non si tratta di un mero diario. Ci sono gli elementi del "diario di bordo", è vero, ma con un'impostazione che ne previene la freddezza e il distacco e che in più di un'occasione è capace di invogliare la lettura, proprio come accadrebbe con un'opera di fiction.

Lo stile dell'autrice è fresco e veloce, la narrazione è incalzante come solo l'uso del tempo presente riesce a garantire. Il testo è tutta storia, senza fronzoli, con una fortissima componente descrittiva. L'ambiente africano e la sua gente vengono dipinti con tratti rapidi che però, nel loro insieme, rendono un'immagine completa, viva, definita. Anche gli elenchi che di tanto in tanto compaiono nel testo - ne ricordo ora uno che ha a che fare col cibo - non appesantiscono la lettura, allo stesso modo in cui piccoli dettagli su un dipinto lo arricchiscono e lo rendono più vero.

Il tema fondamentale del testo è, come prevedibile, l'amore per l'Africa, per un mondo nuovo che l'autrice scopre giorno dopo giorno e che, di rimando, la aiuta a scoprire e conoscere meglio se stessa. La semplicità delle persone, le loro difficoltà, il loro continuo vivere a cavallo tra la vita e la morte - le vicende ruotano intorno a un ospedale e in particolare al reparto di pediatria - ma anche l'amicizia che nasce con altri volontari, regalano all'autrice una prospettiva nuova, un diverso punto di vista. Così come, nelle notti africane, Stefania rimane a bocca aperta nell'ammirare un cielo stellato come non ne ha mai visti in Italia, allo stesso modo l'esperienza di Matiri sembra mostrarle la vita come qualcosa di nuovo e meraviglioso.

Il finale è un "non finale". Il viaggio dell'autrice finisce, ma il suo saluto all'Africa è solo un arrivederci. La nostalgia che sembrava prendere piede nelle ultime ore della sua permanenza viene immediatamente cancellata dall'intervento con cui Stefania precisa di aver dato più di un seguito alla sua esperienza, e in questo modo si chiude il libro colmi di sensazioni positive.

Due particolari che ho apprezzato molto sono l'inserimento di SMS alla fine di alcuni capitoli, che probabilmente sono trascrizioni di veri messaggi inviati all'epoca del viaggio e che fanno da sintesi a quanto raccontato nel libro, e il passo in cui l'autrice abbandona Matiri per raggiungere l'aeroporto, nel quale sembra di leggere un moderno, intenso "Addio ai monti" di manzoniana memoria, in declinazione africana.


Per concludere, il libro mi ha lasciato decisamente soddisfatto, pur essendo molto diverso da ciò che leggo di solito. Per una volta, però, mettere da parte l'intrattenimento di un classico romanzo e leggere qualcosa di vero e intenso, oltre che leggero e ben scritto, non mi ha fatto male. E non ne farà neanche a voi.

venerdì 3 ottobre 2014

RECENSIONE: "Alla fine dei Sogni", di Stefania Trapani



TITOLO: Alla fine dei sogni
AUTORE: Stefania Trapani
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: IBS

LA MIA RECENSIONE:


Ho dovuto riflettere un po' prima di dedicarmi alla sua recensione. Per il semplice fatto che Alla fine dei sogni è uno di quei libri che non si prestano a una fredda analisi, come si farebbe con un romanzo di pura "fiction", ma la cui interpretazione è legata a doppia mandata alle motivazioni che hanno spinto l'autrice a scriverlo. Io queste motivazioni non le conoscevo, ma la lettura di qualche altra recensione al romanzo mi ha permesso di farmi un'idea abbastanza chiara e di approcciarmi nel modo corretto alla valutazione del libro.

Il succo della vicenda è tutto nella quarta di copertina: la storia ruota intorno alle figure di Silvia e Michela, amiche per la pelle e vittime del destino. La prima per una indesiderata gravidanza alla quale vuole rimediare con un immediato aborto, la seconda per l'evoluzione tragica di un tumore al seno che ha sviluppato metastasi cerebrali incurabili. Destini diversi e a loro modo contrapposti - la certezza della morte per Michela trova il suo contrappunto nella nuova vita che prende forma in Silvia, seppure contro la sua volontà - ma che sconvolgono in egual modo la vita delle protagoniste.

La prima parte del romanzo, per quanto riguarda la trama, è tutta qui. Da metà in poi viene introdotto un elemento di svolta che, senza entrare nei particolari, da una lato accende nel lettore la speranza di un lieto fine, dall'altro dà inizio a una serie di eventi a cascata che condurranno fino al destabilizzante finale.

A una lettura fredda e distaccata, come dicevo, il romanzo apparirebbe una storia semplice, per certi versi stereotipata, in alcuni casi prevedibile. Le descrizioni non sono particolarmente dettagliate, i personaggi sono appena abbozzati, così come la loro storia personale che non viene approfondita se non per i dettagli strettamente inerenti alle vicende narrate. L'intera storia è raccontata in modo rapido, con un ritmo sicuramente incalzante che facilita la lettura, ma che in alcuni casi riassume in maniera esagerata avvenimenti che magari avrebbero richiesto uno spazio più ampio.

Eppure, dopo aver voltato l'ultima pagina ed essermi informato su internet, ho capito che il senso del romanzo era un altro, che l'intenzione dell'autrice non era quella di intrattenere, di dare al lettore una storia con cui trascorrere qualche ora piacevole. Il romanzo, a mio modesto parere, è invece una sorta di strumento con cui Stefania Trapani ha cercato di esorcizzare qualche tragica esperienza personale, rielaborandola in chiave romanzata (seppure con una forte componente autobiografica, riconoscibile anche se non conosco personalmente l'autrice). Sotto questa luce, la velocità di alcune scene, la centralità della figura delle protagoniste, dei loro dialoghi, la rapidità con cui gli eventi precipitano, tutto assume un significato diverso e coerente. Le stesse imperfezioni stilistiche, come l'onniscienza del narratore che va e viene, lo spuntare di qualche giudizio personale dell'autrice e il salto frequente di punto di vista perdono importanza di fronte al flusso emotivo che si agita tra le righe.

Alla fine dei sogni, per come l'ho interpretato io, è un romanzo catartico. Un romanzo che lancia un messaggio di positività e di speranza nonostante i temi tragici che tratta e che trasuda emotività, che ferisce pagina dopo pagina con il dolore dell'autrice e che nello stesso tempo, nel finale, ci esorta a non arrenderci alle difficoltà della vita.

mercoledì 27 agosto 2014

RECENSIONE: "A proposito di Dafne", di Monia Colianni


TITOLO: A proposito di Dafne
AUTORE: Monia Colianni
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: Amazon

IL MIO VOTO: 3,5 su 5


LA MIA RECENSIONE:



Dopo aver terminato questo romanzo in appena un weekend, mi sono chiesto che cosa mi abbia spinto a divorarlo con una voracità che non ricordavo da anni. A prima vista, infatti, la trama rientra in un genere molto lontano dai miei gusti di lettore, e di maschio in generale. Ancora oggi, a qualche giorno di distanza, mentre stendo questa recensione non ho una risposta precisa e proverò pertanto a esporre quel che mi è piaciuto e che, nel suo insieme, deve aver prodotto l’attrazione e l’apprezzamento per il libro.



La storia, se vogliamo, non è nuova: lei cerca l’amore, trova il “principe azzurro”, qualcosa va storto e spezza l’idillio, salvo poi arrivare a un lieto fine nel quale il legame si ripristina ed è ancor più forte. Ma la differenza sta nel condimento, o meglio nella declinazione di una trama all’apparenza classica. Perché lei, Dafne, non è la tipica principessina, ma è una ragazza ribelle, decisa, che nello stesso tempo sogna dolcemente l’amore vero. Lui, Roberto o Bob, è “bello e maledetto”, un uomo affascinante e attraente che all’inizio pare tanto premuroso quanto passionale, ma che ben presto si rivelerà una persona disturbata e con molti e intricati segreti. Intorno ai due protagonisti, un microcosmo in continua evoluzione, che va dall’arrivismo e dall’assenza di scrupoli dei pubblicitari amici di Bob all’amicizia e alla capacità di ascolto di Moris, datore di lavoro di Dafne; dal rapporto difficile coi genitori di entrambi, alle “triangolazioni” amorose che sono uno dei motori della storia. Il tutto innaffiato da una spruzzata di mistero, quello che avvolge il passato di Bob e che Dafne svelerà un pezzo per volta, non in modo indolore.



La narrazione procede con la massima scorrevolezza. Lo stile è giovane, informale, e rispecchia appieno il carattere di Dafne che, pur essendo protagonista in terza persona, rappresenta per quasi tutto il romanzo i nostri occhi sul suo mondo. Ho apprezzato molto il fatto che, a dispetto delle tematiche trattate e dell’essere donna della protagonista, i passi introspettivi siano ben dosati e ben calibrati, senza risultare eccessivamente pesanti e ridondanti. A favorire il ritmo c’è poi un intelligente ricorso a espedienti narrativi che rimescolano le carte, aprendo sempre una nuova strada ed evitando così una stagnazione della storia (penso all’entrata in scena dell’ex di Bob, alla malattia improvvisa della madre di Moris, alla scoperta della parentela francese di Dafne, e così via). Una serie di escamotage usati intelligentemente, dicevo, perché non appaiono come meri strumenti narrativi, ma si inseriscono nelle vicende in modo naturale e plausibile.



Elencati i pregi, l’autrice e “sorella” di casa editrice non se la prenderà se segnalo qualche piccolo difetto. Se ho imparato qualcosa dalle recensioni ai miei libri, infatti, è che i complimenti riempiono il cuore di orgoglio, ma non aiutano a fare passi avanti.



Ecco allora che segnalo, come prima cosa, la presenza di alcuni dialoghi poco naturali, poco quotidiani, ma piuttosto adatti a un film o, peggio, a una telenovela. Avrei gradito, in alcuni casi, una maggiore personalizzazione del discorso diretto, anche perché i protagonisti (e Dafne in particolare) si prestavano bene a una simile operazione. 

Altra pecca, a mio modestissimo parere, è l’eccessiva rapidità con cui vengono stravolte alcune situazioni. Leggiamo di Dafne e Bob che chiacchierano amabilmente dopo aver fatto sesso (evento che ricorre con una frequenza invidiabile…) e tutto d’un tratto una parola, un’espressione, fanno precipitare il dialogo in un violento litigio. Ricordo almeno tre o quattro passi come questo, nei quali magari avrei consigliato all’autrice di sfumare più dolcemente dall’amore all’odio, o viceversa.
Infine, e questa è la segnalazione più seria, ho riscontrato un certo disturbo nella tendenza, che diventa più abbondante soprattutto nella seconda metà del romanzo, a passare dal punto di vista di Dafne a quello di chi le sta intorno. Ritengo che il romanzo funzioni a meraviglia proprio perché, come dicevo sopra, per il 95% del tempo noi vediamo con gli occhi di Dafne e ragioniamo con la sua mente. Eppure ci sono alcuni momenti in cui l’autrice ci porta nella testa di Bob, piuttosto che di Cassandra, o Moris, o altri personaggi secondari: ecco, in questi momenti, che non trovo fondamentali ai fini del romanzo, credo che la storia perda qualcosa. 

Per chiudere, ribadisco quanto questo libro abbia saputo prima catturarmi, poi incuriosirmi, infine stupirmi. Mi dispiace averlo letto con enorme ritardo dopo la sua uscita, ma credo che farò più di un pensiero all’acquisto del nuovo lavoro di Monia!

sabato 9 agosto 2014

Una storia...

C'era una volta una piccola comunità che viveva sperduta in una grande foresta. Al centro del villaggio sorgeva un'alta statua di legno che raffigurava un uomo con le braccia tese verso il cielo. Gli abitanti lo chiamavano Keaf e la sua raffigurazione era l'oggetto più importante per tutta la comunità. Nessuno sapeva con precisione chi l'avesse costruita né quando, ma tutti erano concordi nell'affermare che la sua presenza fosse fondamentale per la sicurezza del villaggio. Non solo, ma la torreggiante riproduzione di Keaf ricordava a tutti il messaggio che egli aveva portato e che era stato trasmesso di generazione in generazione: un messaggio che parlava di collaborazione, di fratellanza, di altruismo, uniche linee guida capaci di garantire la sopravvivenza della comunità.

Ebbene, negli anni di cui vogliamo parlare viveva nel villaggio un giovane, Polt, che era noto per il suo rifiuto di credere a qualunque benefico influsso sulla comunità da parte di Keaf. Polt viveva esattamente come gli altri, collaborando per il bene comune del villaggio, eppure era guardato con distacco e diffidenza. Non riconosceva l'importanza di Keaf, dicevano, e da un momento all'altro quella scelta avrebbe potuto portarlo ad agire in modo contrario ai principi che egli trasmetteva e quindi in modo dannoso per la comunità.

Un giorno un violento temporale si abbatté sul villaggio. I venti indomabili e la tempesta distrussero diverse abitazioni, ma quel che sarebbe rimasto per sempre nella memoria degli abitanti fu il fulmine che colpì direttamente la statua di Keaf, incendiandone la base. Inutili furono i tentativi di domare le fiamme: il fuoco arse la statua di legno e la fece crollare in un turbinio di cenere e scintille.

Sin dal giorno seguente nel villaggio calò una profonda depressione, un senso di sfiducia e rassegnazione che non aveva precedenti nella storia della comunità. Non solo la gente rifiutava l'idea di ricostruire la statua tanto importante - cosa che sarebbe risultata a suo modo blasfema, dal momento che qualcuno credeva che essa non fosse opera dell'uomo, ma di Keaf stesso - ma addirittura nessuno trovava la forza e la voglia di impegnarsi per ripristinare le abitazioni del villaggio. 

L'unica eccezione fu il giovane Polt. Non erano passate nemmeno due ore dalla fine del temporale, che già aveva iniziato a liberare il terreno intorno alla sua casa e a quella dei vicini. Mentre lavorava, incitava a gran voce quanti stavano intorno ad osservare, spaesati e confusi come se non capissero che cosa stesse facendo e come se non sapessero nemmeno bene chi e dove fossero. Persino i genitori di Polt, affacciati alla finestra di casa, scuotevano la testa e lo pregavano di fermarsi, di placare la sua operosità, ché tanto Keaf li aveva abbandonati e non ne valeva più la pena. 

Ma Polt non si fermò e solo la ferma opposizione degli altri abitanti del villaggio riuscì a trattenerlo dal sistemare anche le loro abitazioni. Il giovane non si perse comunque d'animo e continuò, nei giorni seguenti, a vivere e lavorare per la comunità come aveva sempre fatto. Comunità che, a quanto pareva, era crollata assieme alla statua di Keaf, dal momento che la gente, ancora apparentemente stordita, aveva cominciato a pensare più all'interesse personale che a quello collettivo, a lavorare per il proprio sostentamento e a non curarsi delle necessità dei vicini. 

Qualcuno non resse e abbandonò il villaggio, senza salutare, col favore delle tenebre; qualcun altro si tolse addirittura la vita. Solo Polt rimase l'uomo che era. Solo, ora era un po' più felice.


sabato 14 giugno 2014

Sulla felicità e sull'essere speciali

L'altro giorno, mentre stampavo delle etichette al lavoro, la mia mente è tornata alle parole di un mio conoscente. Eravamo a una delle presentazioni de "L'eredità" e questo signore, nella parte riservata alle domande dal pubblico, ha posto un quesito particolare e assolutamente legittimo: come mai un ragazzo come me, che a scuola si è sempre distinto, è finito a fare il semplice impiegato? Posso considerarmi realizzato in una simile condizione?

Quella sera non ebbi modo di rispondere, perché lo fece un altro ragazzo che presentava assieme a me e che si trovava in una situazione analoga. Disse quel che avrei detto anche io, ossia che quando una persona è soddisfatta di quello che fa non deve avere rimpianti per non essere "qualcosa di più".

Approfondendo il discorso, sono arrivato recentemente a interrogarmi ancora sulla questione. Esiste in gran parte delle persone questa idea, secondo cui la piena "legittimazione" della vita può derivare solo dal lavoro. Come forse ho scritto altrove, io credo invece che il lavoro non sia che uno strumento, un mezzo necessario a condurre un'esistenza degna di tale nome (necessario non in senso assoluto, ma perché la società lo ha reso tale) e non il fulcro dell'esistenza stessa.

Ritenere che la soddisfazione e la realizzazione personale debbano passare per forza dal successo sul posto di lavoro è come affermare che al di fuori di quell'ambito non esista niente di abbastanza qualificante, di abbastanza coinvolgente, di abbastanza importante. Quando andavo a scuola avevo buoni risultati, è vero, ma non ho mai dato l'anima per ottenerli. Ho sempre sostenuto l'importanza delle relazioni e degli interessi personali e, per quanto possibile, li ho sempre messi al primo posto. Cerco di fare lo stesso anche nella mia esperienza professionale, nella quale do il massimo, ma che non considerò la parte più rilevante della mia esistenza.

Quella è fuori dal lavoro. È rappresentata dalla famiglia, dagli amici, dagli hobby. Da queste persone e da questi interessi può derivare o meno la soddisfazione, il senso di realizzazione. Dall'opinione che di me riesco a trasmettere, dal ricordo che di me riuscirò a lasciare. Perché in fondo, un giorno, di noi non resterà che la memoria e sarà in quella memoria che la nostra esistenza troverà la sua ultima appendice incorporea. Se ci focalizzassimo solo sul successo nella carriera potremmo essere ricordati come grandi lavoratori o imprenditori di successo, ma io preferisco che la gente guardi a me come "persona" a tutto tondo, con un forte rispetto dei valori e con un profondo amore per la vita.

Questo mi darebbe la piena soddisfazione e con questo obiettivo vivo giorno dopo giorno cercando di essere un uomo positivo, costruttivo, proattivo. Sia che si tratti di chiudere contratti da migliaia di euro, sia che si tratti di stampare qualche etichetta. O di vestirsi da supereroe per far divertire i miei figli!

sabato 10 maggio 2014

Il romanzo della consacrazione

Mi piace pensare alla scrittura come a un viaggio non solo per quanto riguarda l'esperienza dei singoli romanzi, ma anche per il percorso che dall'ambizioso quattordicenne "manierista" mi ha condotto fino ad oggi. Così, pensando ai miei libri, potrei affermare che "Paura Paranoia Pazzia" è stato quello della speranza, "M@rcello" quello della tenacia, "L'eredità" quello della svolta e "Alethya", nel suo complesso, quello della crescita.

In questo percorso devo inserire anche il mio progetto attuale, l'ormai ampiamente anticipato "L'evoluzione della specie" (titolo sempre provvisorio) che, se mai verrà pubblicato, sarà comunque materiale per il 2016. Ebbene, prima ancora di approcciarmi alla stesura della prima versione del romanzo, che attualmente è circa a metà, mi ero detto che questo avrebbe dovuto essere il romanzo della consacrazione, almeno a livello personale. 

In altre parole, l'ambizione di questo libro è quella di confermare a me stesso che sì, posso scrivere un libro "da adulti". Un libro che non riproponga le evidenti note autobiografiche di "M@rcello" (frutto del concetto scrivi-di-ciò-che-conosci), che eviti la pesantezza stilistica evidenziata ne "L'eredità" e che sappia risultare avvincente e complesso come la trilogia di "Alethya", ma senza la necessità di uscire dal nostro mondo. Un libro, inoltre, da poter presentare senza vergogna anche ad un'agenzia letteraria per rimettere alla prova il mio effettivo valore, anche con editori diversi da Zerounoundici.

Non ero mai partito con simili progetti prima di scrivere un romanzo. Di solito, l'obiettivo era arrivare alla fine chiudendo il cerchio della trama. La concentrazione era tutta sul singolo capitolo, sul singolo paragrafo a cui mi stavo dedicando, e le idee venivano via via che procedevo e una dopo l'altra andavano ad aggiungere tasselli a una storia che solo in ultima analisi veniva ricondotta all'unità formale e contenutistica. La meta finale era nota, ma il percorso che vi conduceva era disseminato di bivi sui quali decidevo all'istante.

Ne "L'evoluzione della specie" molte cose sono cambiate. Forse la causa è da ricercare nell'esperienza che ho accumulato in questi tre o quattro anni da scrittore emergente (sommerso), forse nella complessità del genere e di alcuni temi trattati, forse, come dicevo, nella necessità di dimostrare a me stesso che questo romanzo sia superiore ai precedenti. In ogni caso, quello a cui mi trovo di fronte è qualcosa di nuovo, qualcosa di intenso, ma anche qualcosa capace di logorarmi nel profondo.

Ho scritto il prologo sull'onda di un grande entusiasmo iniziale, ma a differenza del passato non avevo idea del finale. Quel che mi passava per la testa aveva a che fare con alcuni riferimenti storici, con diverse location nel mondo e con una struttura fortemente alternata a livello sia temporale che di protagonisti delle vicende. E ovviamente sapevo e mi ripetevo che avrei dovuto attirare l'attenzione, creare interesse, chiudere ogni capitolo con un invito a leggere il successivo. 

Le pagine sono arrivate, una dopo l'altra, fino ad un centinaio, ed è stato solo allora che anziché andare avanti, come facevo di solito, mi sono fermato a controllare che quanto prodotto fosse in linea coi miei progetti. Il riscontro è stato assolutamente negativo: la storia c'era, ma mi appariva asettica, troppo lineare, povera di dettagli, con personaggi appena delineati. Così, invece di pensare agli sviluppi e di arrivare in fondo, per occuparmi della revisione solo in un secondo momento, ho riscritto buona parte di quelle cento pagine, arricchendole. 

Il risultato finale era accettabile e la stesura è proseguita con un'altra cinquantina di pagine, finché una notte - sì, proprio in piena notte, dopo essere stato svegliato da un violento mal di pancia - la mia mente è tornata a pensare al romanzo, alla storia nel suo insieme, e un pesante manto di disperazione mi è caduto addosso. Complice forse il mio malessere fisico o l'ora tarda, non solo il romanzo è tornato a mostrarsi come non all'altezza delle mie aspettative, ma anche la stessa idea di fondo è apparsa insufficiente, inadatta a qualunque rielaborazione. Per qualche giorno, in seguito, sono stato seriamente sul punto di abbandonare tutto e sì, ho persino pensato che l'incapacità di realizzare il "romanzo della consacrazione" fosse il primo sintomo del declino, l'inizio della fine del mio breve sogno di scrittore emergente (sommerso).

Poi, proprio all'inizio di questa settimana, in un momento comune in cui giocavo con mia figlia, un'idea mi ha colto con la piacevole violenza con cui vengo invaso dalle immagini e dall'ispirazione. Solo che in questo caso non si è trattato di idee per far procedere il romanzo, ma di un nuovo approccio che avrei dovuto adottare nei confronti del protagonista de "L'evoluzione della specie". Miracolosamente, questa idea ha portato con sé la promessa di una nuova chiave di lettura dell'intera storia, capace di ridarle vigore e di fare da traino per la scrittura di quanto mi separa dal finale. 

Questo post può sembrare lungo e poco utile, diverso da quelli più teorici che pubblico di solito, ma ritengo che anche le piccole difficoltà che incontro possano parlare di me e di ciò che scrivo. "L'evoluzione della specie" forse non sarà il romanzo che ho sognato all'inizio, o forse sarà bello oltre le mie aspettative; ma ho capito che non è questo che conta. Ho capito che la sua importanza sta nella forte tendenza autocritica che ha acceso in me, insegnandomi che scrivere, in futuro, sarà sempre meno un passatempo e sempre più un sacrificio. Il sacrificio, ad esempio, di rivedere e correggere profondamente per la terza volta le oltre cento pagine già scritte, di fare l'una di notte per realizzare poco più di una paginetta, di impazzire facendo ricerche geografiche o storiche anche solo per un semplice riferimento nel dialogo tra due protagonisti. 

D'altronde, quando raggiungiamo la maturità siamo costretti, spesso nostro malgrado, a rifiutare e rifuggire certi istinti bambineschi o adolescenziali per passare al mondo degli adulti. Allo stesso modo, se davvero desidero salire di livello devo mettere da parte l'entusiasmo delle prime prove editoriali e diventare un severo censore e controllore di me stesso. Mi auguro solo che la passione che provo per la scrittura mi aiuti a trovare la pazienza, la costanza e l'abnegazione che saranno sempre più indispensabili.          

martedì 29 aprile 2014

L'inoccupato e l'emergente

Osservo un forte, e a suo modo triste, parallelismo tra la condizione del giovane in cerca di lavoro e quella dello scrittore emergente. Ho vissuto entrambe le esperienze e non voglio in alcun modo offendere nessuno dei membri delle due categorie, né sminuire lo stato di chi non riesce a trovare occupazione.

Il giovane in cerca di lavoro suona al citofono delle aziende come un venditore porta a porta. Percorre chilometri, in auto o a piedi, col sole o sotto la pioggia, armato di una cartellina strabordante di curricula dettagliati e inghirlandati. Si presenta con un sorriso smagliante, la schiena eretta e il petto in fuori, scattante come se volesse dimostrare al suo interlocutore quanto potrebbe essere attivo, operativo, proattivo, già in quei pochi secondi concessi per la consegna del curriculum. Quando ha la fortuna di poter entrare nell'azienda, ovviamente, e non viene allontanato con un "No, grazie" come, appunto, un qualunque venditore porta a porta.

Ma ecco, vedete, lo scrittore emergente non fa nulla di diverso. Armato di ingombranti copie del suo manoscritto, redatto seguendo le più scrupolose regole trovate su internet, per renderlo adeguato agli standard richiesti dalle case editrici, quello che fa non è che una versione virtuale del porta a porta. Naviga tra i siti degli editori, sforzando la vista alla ricerca delle istruzioni per l'invio della propria opera, augurandosi di non incappare nel triste messaggio che recita "La valutazione di inediti è sospesa a data da destinarsi", e invia plichi o mail a destra e a manca, accompagnandoli con lettere di presentazione che più barocche non si potrebbe.

Il giovane inoccupato torna a casa e vive con la speranza di ricevere la telefonata con cui finalmente lo invitano a un colloquio. Lo scrittore emergente torna alle sue faccende in attesa che uno degli editori a cui si è rivolto lo contatti per approfondire la valutazione del testo e parlare della sua pubblicazione. L'uno è convinto del proprio valore umano, dei vantaggi che potrebbe portare all'eventuale azienda che decidesse di assumerlo, dell'impegno che metterebbe in ogni singola mansione a lui destinata. L'altro è certo dell'attenzione e della cura dedicata alla stesura del proprio manoscritto, ricorda le notti passate a limare il testo per trovare un sinonimo che suonasse meglio, una struttura della frase meno macchinosa, un aggettivo che desse il colore adatto a un personaggio.

Ad accomunare i nostri due casi umani è la speranza, quella speranza che non conosce ostacoli che definiamo ostinazione. Ma che deve essere epurata di qualunque accezione negativa, dal momento che deriva dalla necessità, in un caso, e dal desiderio, nell'altro, di raggiungere un livello esistenziale superiore.  

sabato 19 aprile 2014

Chiara Daina intervista Jury Livorati


"Non esiste il bianco o il nero, il buono o il cattivo: la realtà è grigia, gli uomini hanno lati positivi e negativi": Jury Livorati sintetizza così il messaggio racchiuso nella sua trilogia fantasy, ambientata in un regno teocratico immaginario chiamato Alethya. Il primo volume dal titolo “Il ritorno di Beynul” (edizioni Zeroundici) è uscito nel 2013. Il prossimo sarà pubblicato a settembre e il terzo è già pronto per il 2015. 

Nella saga non ci sono né vincitori né vinti. Un escamotage per imparare a stare coi piedi per terra nonostante la dimensione del fantasy? 

Sì. Non prendo una posizione nella storia, non voglio dire al lettore chi ha ragione e chi ha torto, cosa è giusto o sbagliato. Perché la verità nella vita sta sempre in mezzo. Ci sono tanta avventura, molti colpi di scena e continui feedback. Non amo la narrazione troppo lineare.

Il Regno è governato da un ordine religioso autoritario che obbliga il popolo, povero, a fare delle offerte settimanali di cibo e merci per il sostentamento dei suoi membri. Ma parte dei doni viene rivenduta al mercato e il popolo è ingannato. Il movimento d’opposizione è rappresentato dai Tecnici, persone con poteri soprannaturali, che però vogliono sconfiggere la tirannia dei Religiosi ricorrendo alla violenza. C’è un richiamo all'attualità politica dell’Italia?

In parte, anche se il romanzo è stato scritto tra il 2012 e il 2013, nella misura in cui intendo mettere in discussione le strutture gerarchiche e le prese di posizione assolute del monoteismo e della casta politica e l’atteggiamento impotente delle persone, che accettano senza farsi troppe domande.

Archiviata la trilogia, a gennaio ti sei messo a scrivere un racconto (che per il momento tieni nel cassetto) di genere horror, il tuo preferito?

Beh, è risaputo che l’autore a me più caro è Stephen King, il Maestro dell’horror. Ho iniziato a leggere i suoi libri all'età di 11 anni, il primo è stato “Il gioco di Gerald”. Negli ultimi anni, invece, mi sono avvicinato ad altri autori, in particolare: James Joyce, Edgar Allan Poe e Tolkien. Ma la vena horror mi condizionerà sempre e, a parte questo racconto lungo ("Peterson Amusement Park"), ho diversi nuovi progetti per il futuro. 

Ti definisci un tipo ottimista.

Uno dei miei pregi è l’ottimismo, sì. Non lo sono sempre stato, ma adesso la mia vita è orientata alla positività. C'è del buono in tutto e in tutti e io mi focalizzo su quello. 

Difetti?

Sono parecchio testardo, ci rimango male se le cose non vanno come avrei voluto. In presenza di altre persone sono schivo, almeno nelle prime fasi, forse per un residuo dell'insicurezza che ha dominato la mia prima adolescenza. 

Si dice che se non hai sofferto abbastanza non puoi diventare un artista, nel tuo caso uno scrittore. Sei d’accordo?

Credo di sì. Io ho iniziato a scrivere a 13 anni proprio per sfogare un certo senso di insoddisfazione e solitudine: scrivevo poesie e ho tenuto un diario per tre anni, lo aggiornavo tutti i santi giorni: usavo la biro verde se la giornata era andata bene, quella rossa se era andata male, nera per quella normale e blu (gioia immensa) per la prima fidanzatina. Comunque fino a 16 anni sono stato una persona abbastanza triste, solitaria, pessimista; non uscivo quasi mai di casa e vedevo grigio ovunque.

Come ne sei uscito?

Un giorno mi hanno invitato al gruppo teatrale dell’oratorio e a fare l’animatore per il Grest, due esperienze che hanno rivoluzionato la mia vita: mi sono fatto nuovi amici, cosa che non avrei mai pensato considerato il mio carattere schivo. Qualche anno dopo ho incontrato Francesca, che poi è diventata mia moglie, e lei mi ha trasmesso l'ottimismo che oggi guida le mie scelte. Insieme abbiamo avuto due figli, Alessandro e Asia, e ho scoperto che la vita è ancora più bella: oggi, anche se volessi essere triste per scrivere pagine più intense, non riuscirei. Ho imparato a vedere in ogni situazione il bicchiere mezzo pieno.  

Tu hai solo 28 anni, già sposato, padre di due bambini, una laurea in Biotecnologie, un lavoro nel settore logistico di un’industria tessile del tuo paese, Viadana. Nella tua vita la scrittura cosa rappresenta?

All'inizio era un’esperienza catartica, come dicevo. Dopo le recenti pubblicazioni si è trasformata in un divertimento, in una necessità di evasione quasi ludica: non vedo l’ora di scrivere appena i bambini vanno a letto, in passato lo facevo anche al mattino presto prima di andare al lavoro (quando ero commesso). Scrivere mi fa bene alla salute, letteralmente. Se non lo faccio provo quasi un senso di colpa, come se stessi sprecando un'opportunità. La scrittura rimane comunque un hobby. Se dovesse diventare qualcosa di più serio non mi dispiacerebbe, ma la vivo con leggerezza prendendo le cose come vengono.

Da dove prendi l’ispirazione?

Dagli eventi quotidiani: una persona che vedo, un suono, un colore. Mi chiedo il perché di quello che sto vivendo e così nascono le mie storie. Non vado in cerca di fonti di ispirazione, le incontro. Anche nel sogno, uno in particolare, del 2004: ero circondato da persone verdognole e io non riuscivo a muovermi, come Roberto ne "L'eredità". 

Nel 2004 nasce l’idea del tuo secondo romanzo, “L’Eredità” (edizioni Zerounoundici), uscito nel 2012. Il plot è molto articolato, niente è casuale e dietro agli eventi c’è una trama che risale al 1400, un destino già scritto che si trasmette di madre in figlia. Come nascono i personaggi del libro?

Alcuni dai cliché: la mamma del protagonista Gisella, sessantenne, incarna la tipica vecchietta premurosa, ficcanaso, che ha un rapporto difficile con la nuora. Altri da persone che ho conosciuto, senza imitarle completamente ma fondendo alcuni aspetti in una figura nuova: per esempio, il protagonista assomiglia un po’ al mio professore di inglese quando spiegava in classe e un po’ a me, per la capacità di pensare positivo anche nei momenti brutti, di andare a fondo nelle cose, di essere legatissimo alla moglie e ai figli.

Qual è stato il personaggio più difficile da costruire?

Quello della suocera, la madre di Simona: lei conosce tutta la storia, è consapevole del destino a cui le donne della sua famiglia sono condannate, ma deve tenere il segreto. Almeno fino alla fine.

Ai giovani che vogliono dedicarsi alla scrittura cosa suggerisci?

Di non partire pensando di fare lo scrittore di professione da subito. È scrivendo che si impara a scrivere. A 18 anni ho composto una quindicina di racconti, che ho autopubblicato, di genere psycho-horror: storie di paura, paranoia e pazzia. Riguardano me, il mio territorio, le persone che conosco. Li rileggo oggi e li trovo infantili. Piano piano ho capito che i personaggi vanno scavati, limati, ripuliti dal superfluo, trasformati dal prevedibile e dall'autobiografico. È un esercizio anche personale: per evitare di mettere me stesso al centro, devo sapere bene chi sono. 
Allo stesso modo sto lavorando sullo stile, per snellirlo e rendere la lettura incalzante, veloce, in risposta ad alcune critiche ricevute con "L'eredità". Anche questo suggerisco a chi scrive: farlo sempre con la consapevolezza di essere incompleti.

Altri libri in cantiere?

Sì. Sto scrivendo un thriller, "L'evoluzione della specie", e ormai sono a metà dell’opera. Si parlerà di pubblicazione almeno nel 2016. L’idea è nata da un soggiorno in un hotel in Turchia. Nella storia introduco un tema per me nuovo, scoperto grazie a un amico: la legge dell’attrazione, secondo cui il pensiero di una persona ha la forza di influenzare il corso degli eventi nella realtà. Mi sto documentando, sto facendo delle ricerche. Non è una cosa semplice, ma estremamente intrigante. 

Grazie, Jury, e buon lavoro!

Grazie a te, Chiara.